L'enciclica di Benedetto XVI sulla speranza
Di ieri è la lettera enciclica Spe Salvi (Nella fede siamo stati salvati) di Benedetto XVI, una lettera sul significato della fede e della speranza per la vita dell’uomo.
Attraverso diverse citazioni, bibliche e non, il papa fonda la propria analisi sui concetti di fede e speranza, virtù che vengono a coincidere con una certezza di ciò che aspetta l’uomo alla fine della propria vita e, come apprendiamo alla fine della lettera, il giorno del giudizio universale. Fede e speranza rimandano a qualcosa che deve ancora venire e che, nell’animo del credente, crea non solo un’aspettativa, ma anche un cambiamento radicale dello stile di vita. Fede e speranza, in un animo veramente credente, diventano certezza, non solo desiderio di qualcosa che potrebbe essere o non essere, la fede pone una pietra stabile di ciò che sarà il tempio di Dio che verrà, che si sa che dovrà venire. La speranza cristiana non è quella che noi comunemente intendiamo, non è un desiderio, un’aspirazione che può a volte finire in illusione, la speranza del cristiano è innervata dalla fede e si trasforma in assoluta certezza di ciò che sarà.
Il papa però mostra che questa certezza non riguarda solamente il futuro, non è una certezza rimandata a data da destinarsi, ma è un sentimento che riesce a forgiare la vita presente in modo da far vivere l’uomo in modo migliore.
Speranza quindi, come luogo (futuro ma anche presente) in cui l’uomo ritrova se stesso. Tramite la fede in Cristo l’uomo sa di avere la “vita eterna”. Il papa spiega come il concetto di “vita eterna” resta ambiguo per il senso comune perché gli uomini sono abituati ad associare la vita alle tribolazioni terrene, quindi "vita eterna" starebbe ad identificare il protrarsi in perpetuo di quella vita che sperimentiamo tutti i giorni. La vita dopo la morte invece, cioè dopo la salvazione finale (che avverrà con il giudizio universale) è una esperienza totalizzante che non conosce scorrere di tempo ma avvolge tutto in sè. La differenza che corre tra cristianesimo e altre religioni è data dalla figura di Cristo: solo attraverso la venuta di Cristo sulla terra la speranza ha potuto trovare un aggancio reale nel passato (e quindi anche nel presente), così da rifondare la morale e la vita dell’uomo in senso più profondo di semplice tensione al futuro.
“La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa […] Il presente viene toccato dalla realtà futura”.
Palestra di allenamento per la speranza è la preghiera- Attraverso la preghiera il fedele mette la propria anima in contatto con Dio ma anche con se stesso. Solo pregando l’uomo può scrutare all’interno della propria anima per sapere quali sono i desideri che ha, quali desideri sono degni di Dio e quali invece hanno bisogno di essere purificati e scacciati.
Quindi bisogna pensare che la redenzione sia qualcosa di individuale? No. La dimensione redentiva è per il fedele (e questa è una visione che si sta smarrendo) qualcosa di collettivo; non ci si salva da soli ma occorre entrare in rapporto con il prossimo e la redenzione è qualcosa che non riguarda solamente il singolo individuo ma è sociale.
Il germe dell’individualismo si inserisce nel cuore dell’uomo perché è figlio di una cultura moderna che tenta di fare a meno di Dio e mira a fondare il mondo (e l’etica) solo su base umana. Il fallimento delle ideologie razionalistiche, quali illuminismo e marxismo, mostra chiaramente che ogni tentativo di fare a meno di Dio porta a risultati disastrosi e lascia strascichi che poi è difficile superare nella coscienza dell’uomo. Attraverso la fede (la vera fede), la spinta all’individualismo viene abbandonata e l’uomo si dona entrando in rapporto con il “popolo” dei credenti, recuperando quindi una dimensione collettiva.
La dimensione collettiva è anche sorretta dalla preghiera che permette al credente di aiutare le anime che sono in purgatorio in attesa di purificarsi per la loro condotta non perfetta (quella che poi è caratteristica della maggior parte degli uomini). Tramite la preghiera quindi, aiutando gli altri, aiutiamo anche noi stessi e ci eleviamo verso Dio non dimenticando, nelle ultime pagine dell’enciclica, il principale tramite verso il Cristo, la Madonna. La Madonna è colei che ha avuto fede in Dio e ha fatto entrare l’uomo nell’era della salvezza, con Lei il regno di Dio ha messo piede sulla terra per redimere ogni uomo.
Riflessioni
Leggendo i giornali il giorno dell’uscita dell’enciclica mi aspettavo un testo di dottrina sociale, cioè un testo in cui il papa analizzava la società e rifletteva sui mali che ci circondano. L’enciclica invece è più che altro morale, tocca argomenti attuali ma in sostanza non mi pare porti qualche novità rispetto a quanto già detto e scritto in precedenza, per rimanere in tema si vede quindi perfettamente rispettato quel “nulla di nuovo sotto il sole” che possiamo leggere in Qoèlet.
Quindi, seppure aspettandomi una Rerum Novarum, visto che sono una persona consacrata e mi sono trovato nell’elenco dei destinatari della lettera enciclica, mi sono messo a leggere.
L’argomento è indubbiamente interessante, tocca anzi una questione molto attuale, la speranza. Viviamo certamente in un periodo di scarse speranze per il futuro (sacre o profane che siano), il testo quindi è a metà tra un testo morale e un testo sociale.
Speranza dunque; solo attraverso una speranza è possibile vivere in modo pieno e morale; l’uomo è tanto più se stesso quanto più possiede la speranza, che diviene certezza, della salvezza.
L’unica speranza possibile, nemmeno a dirlo, è data da Cristo. Speranza che non è, come detto prima, semplice attesa di qualcosa che forse verrà, ma certezza ferma di qualcosa che è già venuto (Cristo, appunto) e che tornerà a compiere la propria opera. Quindi non si può parlare di "una" speranza, ma occorre definirla "la" speranza, essendo solamente quella cristiana. Porre Cristo come unica speranza possibile è trincerarsi nella indiscutibilità della fede, ci sono popoli che hanno e hanno avuto una loro morale non distruttiva anche senza Cristo come fondamento. La spiritualità cinese, giapponese, la religione induista, la religiosità che si trova in tribù africane o in altre zone del mondo non mi pare diano vita a uomini senza morale o con una morale distorta anzi, per certi versi assistiamo in queste culture a delle manifestazioni di carità (pur non cristiana) che farebbero invidia a molti passi del Vangelo. La critica poi ai sistemi falliti del passato (quale marxismo e illuminismo), fondata ma nemmeno questa originale, è viziata dalla stessa unilaterale presa di posizione: il marxismo è caduto alla prova del fatti, l’illuminismo, lo stesso, non ha saputo creare uno stato della ragione, il cristianesimo però, a voler fare un’analisi prettamente razionale, alla prova dei fatti non è mai arrivato. La superiorità quindi si basa solamente su quella certezza morale che sta tutta dalla parte del credente ma che non dimostra nulla a chi credente non è o crede in minor grado.
Senza entrare troppo nella questione, passo all’argomento, molto suggestivo, del cristianesimo quale redenzione collettiva, che non è viziato da quell’individualità che la scienza e la ragione (quella mal fondata, quindi quella non fondata su Cristo) portano inevitabilmente con sé.
L’argomento già alla lettura pare vacillante, che la salvazione di una persona non sia un fatto personale ma rimandi ad un concetto collettivo è una cosa che facciamo fatica a comprendere se non nella prospettiva in cui, la collettiva salvata, non è altro che l’insieme di coloro che sono salvati individualmente. Il papa fonda il suo discorso su alcuni passi in cui appare il termine città nella Lettera agli Ebrei che, seppur a rischio di allungare lo scritto, voglio riportare interamente:
“Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensacoloro che lo cercano.
Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un'arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.
Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.
Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.”
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“Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente,alla
Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa”
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“Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori
della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall'accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura.”
Contro la lettura di una redenzione collettiva, senza riportare citazioni di testi biblici che tutti abbiamo in mente, in cui Cristo afferma la salvezza come qualcosa da conquistarsi personalmente (praticamente ad ogni capitolo del Vangelo) o articoli del catechismo della chiesa cattolica sulla responsabilità individuale, riporterò solo un passo, dello stesso papa, nella stessa enciclica, qualche riga più avanti:
“per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il « fuoco » per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell'eterno banchetto nuziale.”
Quell’“in prima persona” mi pare abbastanza sintomatico del tipo di responsabilità che il cristiano ha, più che una società in nome collettivo mi pare una società individuale, poi ovviamente spinta verso la socializzazione dalla carità cristiana e dalla preghiera per le anime del purgatorio, ma si è sempre nell’ottica di una salvazione personale e qui, al posto di san Paolo, si potrebbe citare Cristo stesso, che mi pare di autorità superiore.
Come ultima annotazione a questo argomento, mi pare che se di redenzione collettiva si vuol parlare, quella collettività coincide con coloro che son fedeli, quindi si verrebbe a creare una sorta di casta di salvati. A questo punto mi pare molto più aperto al collettivo il fallito comunismo che sognava (sempre di speranza si tratta, ma essendo terrena la si è potuta verificare) un mondo migliore per tutti, nessuno escluso. Quindi mentre l'illuminismo aveva effettivamente una visione che resta classista per la diffusione dei lumi, non si può tacciare di individualismo l'altro bersaglio critico del Santo Padre che, notando giustamente in esso un mterialismo che non teneva conto della reale complessità dell'uomo, non riesce con la sua visione (secondo me) a fondare più sociale. Tutto questo ovviamente senza voler toccare il tasto della storia, che a questo punto, visto che l'enciclica esamina le ideologie passate alla luce dei fatti accaduti (e storici), non farebe apparire come specioso un esame molto interessante riguardo la morale e la l'apertura al prossimo che la comunità ecclesiastica ha dimostrato durante i secoli. Questo però è, ai nostri giorni, politicamente scorretto, proprio perchè la Chiesa fonda la sua visione sul futuro e sulle intenzioni, facendosi forte delle statuizioni attuali come se fossero state sempre applicate nel corso della storia, quando si sa benissimo che, a ben vedere, l'intolleranza ha radici profonde proprio là dove si pone una verità come indiscutibile e irrinunciabile.
In conclusione credo che l’enciclica di Benedetto XVI tocchi un importante tema, che sta a cavallo tra il morale e il sociale, tenti di fondare il discorso in modo razionale e comprensibile da tutti coloro che si vogliano accostare al testo. Nonostante ciò l’enciclica mostra, come è ovvio che sia, una visione estremamente parziale dell’orizzonte (anche religioso, non solo sociale) che si schiude davanti agli occhi dell’uomo che, contrariamente a quanto pare riga dopo riga, non ha i propri problemi solamente perché si sta allontanando dalla genuina fede in Dio.
Già sono andato oltre quanto mi ero prefisso di scrivere, quindi interrompo, anche se ogni argomento potrebbe essere molto approfondito.
per leggere l'enciclica completa clicca qui
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Lettura e commento della Bibbia (sesta puntata)
Corruzione dell'umanità e punizione divina (Gn 6-8)
L’uomo si moltiplica sulla terra ed avviene una strana contaminazione: le figlie degli uomini (quelle più belle) vengono prese in spose dai “figli di Dio”. Sull’interpretazione di questo passo se ne sono scritte molte: sono angeli? Sono demoni? Sono uomini potenti? Sono uomini santi?
Non volendo, e non potendo, addentrarsi in questioni così specifiche (anche perché non se ne verrebbe comunque a capo) sceglierò l’ipotesi che più mi piace facendo, come al solito, solamente considerazioni di senso comune sulla questione.
Se si trattasse di angeli o di demoni le figlie degli uomini avrebbero ben poca colpa per la caduta; inoltre, vista la centralità dell’uomo nel rapporto con Dio, appare strano che l’uomo di punto in bianco possa essere condannato nella sua totalità (non che dal Signore veterotestamentario sia impossibile attenderselo) a causa solamente di un comportamento che riguarda le femmine.
Se si trattasse di uomini nobili e potenti la bibbia si confermerebbe quel gran libro profetico che è, visto che anche oggi il potere ha tanta attrattiva da risultare quasi irresistibile.
L’ipotesi che si tratti di uomini santi e giusti è quella che mi convince maggiormente, da una parte perché ad essere puniti sono solamente gli uomini (anche se occorre riconoscere che Genesi parla della storia dell’uomo, non di quella di Dio e che possiamo trovare passi della Scrittura in cui gli angeli sono puniti a causa di una non meglio precisata caduta, che potrebbe collegarsi a questo evento particolare), dall’altra perché il porre poche righe più avanti il contrasto tra gli uomini da condannare e Noè, pone quest’ultimo all’interno della categoria dei potenziali traditori che però non hanno portato a termine il tradimento.
Tutti gli uomini sono quindi condannati ma solamente Noè, considerato giusto dal Signore, è meritevole di essere salvato. Salvato da cosa?
Qui inizia una delle pagine più famose della Scrittura.
Dio vede che nel mondo regna la malvagità e decide di eliminare ogni forma di vita, tutti tranno Noè e la sua famiglia.
Noè ha il compito di traghettare l’umanità (lui e la sua famiglia) e gli animali (due per ogni specie, che poche righe dopo diventano sette, in modo che si possano riprodurre) dalla vecchia alla nuova creazione; è una sorta di nuovo Adamo, custodisce l’umanità e gli animali affidatigli da Dio.
Il mondo quindi è di fatto affidato ad un solo uomo, è una sorta di monarchia del giusto, il mondo corrotto si può salvare solo se si pone sotto il governo (e si governa, appunto, una nave) dell’unico uomo giusto, specchio di Dio sulla terra. La salvezza è fede cieca (e infatti l’arca è chiusa, solo Dio sa dove è diretta).
Noè è il simbolo di come al mondo non ci sia il totalmente cattivo, c’è sempre qualcosa, o qualcuno, che merita di essere salvato e grazie al quale anche gli altri vengono salvati; se vogliamo possiamo applicare la stessa idea ad ogni singolo individuo, in cui c’è sempre qualcosa di buono che può essere apprezzato. Noè ha 600 anni quando “le cataratte del cielo si aprirono”, il numero 6 è il numero dell’imperfezione perché manca di 1 per arrivare al perfetto 7. La creatura anche migliore quindi, non può ambire alla perfezione che è solo nelle mani di Dio (di qui potrebbe anche venire il peccato di accoppiarsi con gli angeli quale ambizione ad elevarsi sopra i propri limiti).
Il parallelo con la creazione diviene forte: come nel sesto giorno l’uomo fu creato, nel sesto giorno (o secolo, in questo caso) l’uomo viene salvato; l’arca galleggia sulle acque come lo spirito di Dio aleggiava sulle acque prima della creazione, assistiamo quindi ad una rifondazione totale del mondo, una nuova possibilità per il genere umano e animale. Quaranta giorni e quaranta notti il diluvio rovina sulla terra, inondandola completamente.
Occorre fare una piccola riflessione sul numero 40, è chiaramente un numero simbolico, nella bibbia viene ad essere il numero della purificazione. Ricorderò solamente le più importanti vicende legate al numero 40 per rendere chiaro il suo legame con la purificazione e la catarsi: 40 giorni Mosè resta sul monte Sinai per stabilire con Dio l’alleanza del suo popolo; 40 anni dura il regno di Davide; 40 giorni e 40 notti Elia impiega per arrivare sul monte Oreb; 40 giorni e 40 notti Gesù digiuna nel deserto. Questi ed altri episodi ci mostrano chiaramente come il diluvio di 40 giorni e 40 notti serve per purificare completamente il mondo dai peccati che lo avevano macchiato.
Noè verifica se le acque si stanno ritirando lanciando una colomba (prima ci aveva provato con un corvo) fuori dall’arca; questa, non trovando dove appoggiare la propria zampina torna sul legno. Noè attese ancora 7 giorni (si aspetta sempre la perfezione) e provò a fare uscire di nuovo l’animale che tornò con una foglia d’ulivo nel becco; aspettò altri 7 giorni e la colomba, lanciata nuovamente fuori dall’arca, non fece più ritorno. L’ulivo è quindi diventato il simbolo della pace ristabilita tra Dio e l’uomo, il mondo poteva essere di nuovo abitato e Noè scese dall’arca con tutti i passeggeri che popolarono nuovamente la terra.
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Lettura e commento della Bibbia (quinta puntata)
La nascita della società..(Gn 4,16)
Assassinato il fratello Abele, Caino si rifugia nel paese di Nôd. Nonostante la preferenza del Signore per una civiltà nomade, la sedentarietà ha la meglio e Caino inizia ad edificare una città, Enoch (dal nome di suo figlio). Ci viene presentata la genealogia di Caino (in verità molto simile a quella che ci si presenterà più tardi per Set), che si conclude con Lamec che rappresenta il punto massimo dell'iniquità. La critica è contro le città mesopotamiche che si sviluppano lontano dal culto di Dio, emblematico è il canto di Lamech:
"Ada e Sella udite la mia voce;
mogli di Lamec ascoltate il mio dire:
ho ucciso un uomo per una mia ferita
ed un giovane per una mia ammaccatura:
Caino sarà vendicato sette volte,
ma Lamec settanta sette"
Lamec si mantiene distante da Dio, è ingiusto. Mentre Dio ha stabilito che ogni delitto debba essere vendicato in modo perfetto (cioè sette volte), quindi giusto (per la giustizia biblica ovviamente), Lamec si vendica in maniera smodata, non più "sette volte" ma "settante sette", cioè settanta volte sette, in modo infinito. Una ferita o un'ammaccatura vengono punite con la morte, il capriccio di un gesto d'ira scavalca ogni forma di giustizia e seppellisce anche chi ha commesso un torto trascurabile. Ogni legge non è tenuta in considerazione e l'egoismo trionfa su tutto. La dinastia di Caino, costruttrice di città e lontana da Dio, pone le basi di una società corrotta e senza giustizia, in cui l'arbitrio e l'esagerazione caratterizzano i rapporti tra gli uomini.
La genealogia Cainita viene presentata senza riferimenti temporali, quasi fosse fuori dal tempo; accanto ad essa, la bibbia ci mostra la nascita di una nuova stirpe, questa volta vicina al culto di Dio. Adamo ed Eva generano un nuovo figlio: Set.
La genealogia che porta alla nascita di Set è molto simile a quella che vede Caino come capostipite, questo potrebbe derivare dalla una naturale somiglianza familiare del ceppo di Adamo o potrebbe anche significare una corrispondenza tra l'ordine del bene e l'ordine del male; un binario che, accanto alla stirpe dei giusti, pone come contraltare quella dei corrotti. Vi si può leggere anche uno scimmiottare i giusti da parte degli empi, quale affronto perenne che il male lancia verso il bene, un carattere di sfida che vuole portare colui che segue il divino per sentieri totalmente terreni e lontani dalla sua guida.
La possibile sovrapposizione delle due genealogie non ha scarsa rilevanza in quanto, nel caso in cui dovessero corrispondere (l'unico nome che coincide perfettamente, accanto ad altri nomi che sono simili, è quello di Lamec, nonno di Noè nella generazione di Set) l'umanità si troverebbe a discendere da Caino, quindi ad avere su di sé anche il peccato di fratricidio; nel caso in cui, invece. le generazioni fossero separate saremmo liberi dal peccato di Caino e quindi liberi di intraprendere la strada della socialità non emarginata cui Caino fu condannato. La terra ora vede due diverse stirpi vivere sul suo suolo, una società lontana da Dio ed un'altra segnata dal timore per Lui; il mondo si inizia a dividere tra popoli "buoni" e popoli "cattivi"...
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Lettura e commento della Bibbia (quarta puntata)
I figli di Adamo ed Eva rendono grazie a Dio..
CAPITOLO 4
L'uomo in questo capitolo scopre una nuova differenza; dopo aver sperimentato la distanza tra lui e Dio e tra lui e gli animali, ora l'uomo si ritrova diverso anche da se stesso, da suo fratello, dal suo prossimo. Caino e Abele sono i figli di Adamo ed Eva, Caino è il maggior, coltivatore dei campi; Abele è pastore. La figura del pastore è tradizionalmente più vicina a Dio, il pastore è l'uomo senza patria, non radicato al suolo. Il coltivatore, tuttavia, continua l'opera che all'uomo era stata assegnata dal Creatore in Eden. Caino dovrebbe essere una sorta di capo famiglia, è lui il maggiore, ma assistiamo all'usuale scavalcamento biblico del diritto di primogenitura. Abele offre a Dio dei capi del suo bestiame e l'offerta è gradita, Caino offre a Dio i frutti raccolti dalla terra ma l'offerta non trova favore da parte del Creatore. Potrebbe essere tutto un complotto politico. Dio in questo modo verrebbe a guardare con favore coloro che nella moderna (di allora come di oggi) società sono sempre più emarginati; i pastori sono sempre più costretti in spazi esigui ed impervi per lasciare i migliori campi agli agricoltori e, in genere, ai sedentari (che su quei terreni ci costruiscono case e città). Il favore di Dio si accorda agli errabondi (sarebbe a questo punto una nuova tesi che avvalorerebbe l'intuizione di coloro che nella storia hanno voluto servire Dio da girovaghi e senza fissa dimora) e tenta di porre argine alla dilagante pratica dell'agricoltura che rende l'uomo schiavo della terra da cui è tratto e che poi ha ricevuto in custodia. Caino non accetta il diverso trattamento rispetto al fratello, chiede ragione del comportamento di Dio, si fa giudice del volere di Dio. Dio lo rassicura e gli dice di non preoccuparsi, non è importante il motivo del favore accordato solo ad Abele, quello che conta è che caino non abbia nulla di rimproverare a se stesso. Il discorso di Dio è un discorso che elogia l'amore disinteressato, il segreto della gioia non sta nell'essere riamati, ma nell'amare per primi; non si offre per ricevere, l'offerta ha in sé il suo fine e racchiude la purezza di un gesto che nessun rifiuto può macchiare. Un’interpretazione più teologicamente fondata (probabilmente) vedrebbe nel diverso trattamento dei fratelli l'estrinsecarsi della grazia di Dio, che non segue criteri meritocratici ma, come dice il nome, è gratuita. Dio salva l'uno o l'altro dei fratelli, illumina alcuni uomini e lascia nel buio i loro fratelli (a volte più meritevoli dei primi); nessuno può rendere giustizia della grazia, essa è regalo, un cieco fiore che non ha bisogno di spiegazioni e giustificazioni. L'elevazione è una costante biblica, Abele non ha meriti né colpe, come Caino, ma Caino si crea da solo la sua colpa, accecato dalla rabbia e dalla gelosia, uccide suo fratello Abele. Mani innocenti contro mani innocenti, il sangue innocente macchia la coscienza di Caino che si pente, troppo tardi, del suo gesto. Dio lo maledice, con lui maledice il suo lavoro, non otterrà frutti dalla terra e dovrà vagare senza dimora. Dio nel racconto parla solamente con Caino, Abele (quando ancora era vivo) non è mai chiamato da Dio, egli è sì eletto, ma le attenzioni divine sono tutte per l'anima offesa e disillusa di Caino. Anche lontano dall'elevazione c'è spazio per la salvezza, ma Caino non ha saputo afferrare la mano del signore ed ha fatto di un arbitrio (il dono della grazia) un destino. Caino ha paura di essere ucciso, sente su di sé tutto il peso di una colpa che non può essere più lavata, il Signore lo rassicura ancora una volta: nessuno lo toccherà, altrimenti incorrerà nella vendetta divina che colpisce sette volte più forte dell'offesa da vendicare. Il sette ritorna come numero divino, l'essere vendicato sette volte nel caso del possibile assassinio di Caino è secondo me molto importante. Chi uccide si macchia di un peccato grandissimo, ma questo non è punito con la morte fisica (nessuno tocchi Caino), ma con una morte "perfetta"; essere ucciso sette volte significa morire totalmente, spegnersi alla vita in modo irreversibile.
La storia di Caino e Abele è la storia dell'umanità in lotta per raggiungere Dio, è l'annunciata zizzania tra il serpente (visto come maligno) e il seme della donna, l'eterna partita tra il male e il bene che l'uomo gioca da sempre e che, senza aiuto, non riesce a vincere.
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Lettura e commento della Bibbia (terza puntata)
L'uomo è unito alla donna, camminano liberi e felici nel giardino di Eden..
CAPITOLO 3
Dopo i primi capitoli in cui Dio è presente in ogni versetto, ora la vita scorre senza di Lui, il tragico momento della caduta avviene in assenza di Dio. Tra tutti gli animali ci viene presentato il serpente, la più astuta delle creature . Il serpente è un animale che colpisce la sensibilità degli ebrei per diversi aspetti. Animale strisciante, vive sotto terra, in un attimo riesce a sparire negli anfratti del terreno mettendosi in salvo da ogni minaccia e rappresentando minaccia egli stesso per coloro che passano vicino alla sua tana. Nel periodo della muta lascia la pelle vecchia su qualche campo, questo dà un senso di immortalità, quasi fosse un animale che può rinnovare se stesso e ringiovanire in eterno. Il serpente riveste una grande importanza nel pantheon delle religioni orientali, queste rappresentavano grande attrazione per gli ebrei, erano un modo per poter concretizzare la fecondità di Dio in qualche segno concreto, senza lasciare la loro fede totalmente astratta. Il serpente è in pratica, agli occhi degli ebrei, una sorta di idolo (e non è un caso che il peccato starà proprio nel voler diventare come Dio, nella conoscenza del bene e del male).
Il serpente, da buon tentatore dialoga con la donna, le chiede se sia vero che il Signore ha proibito a lei e all'uomo di mangiare da ogni albero del giardino (esagerato!!). La donna risponde che Dio ha solamente proibito loro di mangiare dall'albero che sta al centro del giardino, pena la morte. "Ma non morirete affatto - dice il serpente - anzi!! conoscerete il bene e il male come Dio, sarete veramente liberi". Il germe della tentazione è entrato nella mente della donna ed è ormai inevitabile la caduta. Perché proprio la donna è tentata? C'è chi dice che la donna rappresenta la fragilità ma è molto più suggestivo in pensare che il serpente abbia tentato Eva proprio perché è lei che ha il potere di generare la vita, è la culla di ciò che verrà in futuro.
Sul significato del peccato esistono diverse letture, c'è chi non ne vede solamente una disobbedienza ma lo lega ad una volontà di autonomia etica (conoscere da sé quello che è bene e quello che è male); altri vedono il peccato in senso sessuale, una lussuria che il serpente (identificato in altre religione come un idolo della fertilità) porta tra l'uomo e la donna; c'è chi afferma che la donna ha sbagliato albero e non ha mangiato dall'albero proibito, ma questa merita di essere spiegata meglio.
In alcune versioni bibliche, mentre viene descritto il giardino di Eden è detto che l'albero della vita è al centro del giardino ma non viene specificato in che punto sia l'albero della conoscenza (per esempio nella bibbia delle edizioni paoline è invece specificato). La donna, dicendo che l'albero proibito è al centro del giardino confonde gli alberi e mangia da un albero non proibito, il peccato quindi non sarebbe l'ingresso in un mondo differente aperto dal morso ad un albero soprannaturale, ma solamente la disobbedienza ad un precetto dato da Dio. Questa versione potrebbe diventare ancora più suggestiva se ci immaginassimo che, non avendo mangiato all'albero della conoscenza, l'uomo e la donna siano in realtà ancora incoscienti di ciò che è buono e ciò che non lo è; senza mordere l'albero della conoscenza l'umanità si sente moralmente autonoma ma non sa distinguere il bene dal male, ha bisogno quindi di una guida continua. Non andiamo troppo oltre...
La donna mangia del frutto e ne dà all'uomo. I loro occhi si aprirono (e qui di nuovo tutte le interpretazioni che seguono a quelle precedenti) e si accorsero di essere nudi; invece di essere onniscienti sono diventati maliziosi. Ricompare Dio e non punisce subito i peccatori, Egli è giudice e fa un processo all'uomo (parte dall'uomo, che è l'ultimo che ha peccato, probabilmente perché è il più alto in ordine di "gerarchia" nella cultura del tempo, è a lui che si ascrive la responsabilità di tutto). Durante l'interrogatorio inizia la lunga tradizione dello "scaricabarile" arrivata forte ed intatta fino ai nostri giorni: l'uomo scarica la colpa sulla donna, che la scarica sul serpente. L'umanità è colpevole, le pene vengono comminate in ordine di causa, prima al serpente (condanna a strisciare nella polvere e inimicizia con la donna), poi alla donna (dolori del parto, forse non a caso, dopo essersi inimicata l'idolo della fertilità), poi all'uomo (fatica del lavoro). Interessante è notare come Dio non ripudi totalmente l'umanità, ad essere maledetto è solamente il serpente (e il suolo a causa di Adamo), all'uomo e alla donna vengono solamente comminate delle pene. Dio poi veste l'uomo e la donna, non li abbandona al loro destino, si prende ancora cura di loro ma, per paura che mangino del frutto dell'albero della vita e che diventino immortali (quindi eternamente peccatori) li fa uscire dal giardino di Eden. la cacciata dal paradiso terrestre può quindi venirsi ad identificare con un atto di misericordia, è l'unica soluzione per evitare che gli uomini, divenuti peccatori, persistano in questo stato per tutta l'eternità. L'uomo dovrà lavorare con fatica e la donna dovrà urlare per dare alla luce dei figli, l'umanità però può continuare ad esistere e può costruire il proprio mondo con le sue mani, anche se sudate e callose.
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Lettura e commento della Bibbia (seconda puntata)
Avevamo lasciato l'uomo nel tempio del sabato, mentre Dio si riposa nella fonte sacerdotale, inizia la fonte jahvista, più antica e concreta
Il versetto di Genesi 1,4a fa ancora parte della tradizione sacerdotale. Il successivo (Gen. 1,4b) è di fonte jahvista, più antica. La differenza salta subito agli occhi: mentre il primo parla di "cieli e la terra" il secondo ci illustra come siano stati creati "la terra e il cielo". L'interesse è più terreno, più concreto, non siamo davanti ad una spiegazione intellettuale ma ad un racconto molto più materiale. La terra, dopo essere stata creata, era deserta e brulla. Non era vivificata né dall'alto (con la pioggia) né dal basso (con il lavoro umano). Così Dio crea l'uomo dalla terra, lo modella dalla polvere e spira in lui un soffio vivificante. L'uomo è vivo. La sua vita gli viene da Dio, la materia dalla quale è stato tratto è povera e inanimata. Ci sono diverse possibili letture, tra le altre quella che vede "l'uomo fatto dalla polvere", oppure quella che più recisamente legge "fece l'uomo polvere", molto più suggestiva anche per gli sviluppi che avrà la concezione del corpo nella filosofia pagana e cristiana. Per l'uomo Dio pianta un giardino in cui spuntano tantissimi alberi (e si può immaginare quale simbolo sia l'albero per un popolo abituato al deserto), al centro del giardino c'è l'albero della vita. In un punto imprecisato (in alcune traduzioni) spunta l'albero della conoscenza del bene e del male. Il mondo di Eden è perfetto e ordinato, ci sono 4 fiumi che delimitano la zona (2 sono il Tigri e L'Eufrate, 2 sono sconosciuti, comunque è il modello di un mondo ideale quale i contemporanei se lo figuravano, se non vogliamo leggerci una profezia della croce, che è costituita da 4 bracci che partono da un centro). L'uomo è posto nel giardino per coltivarlo e custodirlo. Ora Dio dà un comandamento all'uomo, pur permettendogli di mangiare di tutti gli alberi del giardino, dovrà astenersi dal mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, altrimenti morirà. L'albero è un elemento ricco di carattere simbolico, si nutre dell'acqua che attinge dalla terra e si spinge verso il cielo, è un essere in eterna tensione verso l'alto e costituisce una sorta di ponte tra il cielo e la terra. L'albero della conoscenza può essere inteso in almeno due modi secondo me: da una parte lo si può intendere come un essere miracoloso in grado di aprire gli occhi e la mente a coloro che ne mangiano il frutto; dall'altra può essere solo un elemento simbolico che vuole porre in Dio la determinazione della morale. In questo secondo caso l'albero non ha nessuna proprietà particolare (un antenato dell'effetto placebo), ciò che diventa fondamentale è il precetto emanato da Dio. Proibendo all'uomo di mangiare del frutto dell'albero, Dio ha delimitato il territorio della moralità, ha stabilito egli stesso il confine tra il bene e il male: l'uomo mangiando del frutto proibito non viene a conoscere magicamente ciò che prima non conosceva. Il morso alla mela (se mela era) è il rifiuto della morale che Dio ha stabilito, è conoscenza del bene e del male in quanto rifiuto di quello che il Creatore ha stabilito, è la sostituzione al giudizio divino che l'uomo vuole fare da sé. è questo il germe del peccato. ma procediamo per ordine, ancora nessun peccato è stato commesso, siamo ancora immersi nella paradisiaca frescura verdeggiante di Eden. L'uomo non è un animale solitario, Dio se ne accorge e cerca di provvedere. Vengono creati tutti gli animali e Adamo (l'uomo, ma anche l'umanità) ha il privilegio di nominarli; Dio crea e l'uomo chiama. Il nome in ebraico ha una fondamentale importanza, esprime l'essenza della persona (non a caso il nome di Dio, espresso dal tetragramma JHWH, era impronunciabile). L'uomo però non riesce a trovare un essere simile a lui, non si riesce a specchiare negli occhi di nessun animale finora creato. Occorre dormirci sopra. Dio fa cadere l'uomo in un sonno profondo, estrae da lui una costola e modella con la sua carne la donna. La donna è l'unico essere creato da un altro vivente, non è creata dalla polvere e, unica ad essere tratta dalla vita, è in grado di produrre vita nel suo seno. Adamo riconosce in lei una parte di sé stesso, davanti a lei non è più solo. La nomina e la lega indissolubilmente a lui; il nome della donna sarà isshah, il femminile di ish, che significa uomo. Il nome della donna, quindi, la lega all'uomo. è come se fossero l'uomo e la "uoma", l'inglese può mostrare meglio la relazione, con man e woman. La presentazione della donna all'uomo segue una sorta di rito matrimoniale, Dio la conduce dall'uomo in modo che la potesse riconoscere; la accompagna come un padre fa con la figlia all'altare. La donna è legata all'uomo sia da Dio (che l'ha creata) sia dall'uomo stesso (che l'ha nominata e ha posto nel suo nome la derivazione dal suo compagno). In questa condizione primordiale non esiste nulla di cattivo, il male non esiste. L'autore biblico spiega con lo speciale rapporto dell'uomo e della donna, il motivo per cui l'uomo si separa dalla famiglia per seguire la donna e vivere con lei; ancora però non esiste nessun padre se non Dio e nessuna Madre (se non la terra, ma sarebbe troppo pagano dirlo). Nella loro unione, uomo e donna divengono una cosa sola. Sta nascendo una nuova società, una società che si determinerà da sé; ci si prepara alla caduta...
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Lettura e commento della Bibbia (prima puntata)
Avevamo lasciato l'uomo nel tempio del sabato, mentre Dio si riposa nella fonte sacerdotale, inizia la fonte jahvista, più antica e concreta
CAPITOLO 1. LA CREAZIONE
I primi versetti della Bibbia (fino a Gen. 2,4a) appartengono alla tradizione sacerdotale (contrassegnata con la lettera P, Priester, credo, in tedesco). Le tradizioni bibliche sono 4:
- eloista (E, nasce nel regno del sud è nomina Dio come Eloim, tradotto solitamente con "Dio")
- jahvista (J, nasce nel regno del nord e contiene il sacro tetragramma JHWH. di solito tradotto con "Il Signore")
- deuteronomista (D, una fonte giuridica fino alla deportazione in Babilonia)
- sacerdotale (P, che da ordine alle altre fonti, è la più recente).
Poi ovviamente ci sono commistioni tra le varie tradizioni e troviamo passi che sono di difficile collocazione oppure troviamo traduzioni che per alcuni passi recano “Signore Dio”, segno di commistione e complessità ulteriore.
La stesura dei primi capitoli di Genesi si colloca in un periodo relativamente recente (400-300 a.C.), i sacerdoti che scrivono il testo dando una chiave di lettura della creazione modellata sulla settimana liturgica, è il simbolo che lega la religione ebraica (nel suo culto liturgico) all'origine del mondo e alla volontà del suo Creatore. Ci sono elementi mutuati dalla tradizione orientale, che rimandano e criticano le concezioni religiose dei popoli del vicino oriente.
Gli ebrei non si ponevano il problema della creazione dal nulla, la prima frase ("Nel principio Dio Creò il cielo e la terra” non è da intendersi in senso letterale (si tende, anzi a vederla come un titolo più che un versetto; suonerebbe così “Del principio con cui Dio creò il cielo e la terra”, in perfetto accordo con le intenzioni sacerdotali che volevano mostrare la logica del disegno divino).
“La Terra era deserta e disadorna”, la probabile polemica è con le tradizioni orientali della dea madre, che si presenta nuda (deserta) e senza ornamenti che possano attrarre a lei. Dio provvede a ornarla, non dopo aver compiuto la sua opera di separazione. Lo spirito (non lo Spirito Santo) di Dio aleggia sulle acque, questo può venir visto come presenza di Dio sulle acque (che sono la fonte della vita) oppure come un vento (la radice è la medesima) che spira durante la creazione. C'è chi vede in questa frase un riferimento all'ibis sacro degli egizi, sempre per voler riconoscere rimandi a tradizioni non ebraiche. Inizia l'opera di creazione vera e propria, Dio creda in un modo completamente diverso dagli dei delle altre tradizioni, il veicolo della sua opera è la parola. Non crea dalla materia ma dalla parola, la parola è un cercare contatto con qualcosa, un chiamare, Dio entra in relazione con il mondo chiamando ciò che desidera vivificare. È quel nominare le cose che poi passerà all'uomo nel paradiso terrestre. Ogni cosa che Dio chiama (crea) è buona davanti a lui. Dio crea con la parola così come fanno i poeti, lo fa senza la fatica:
1.Crea la luce e la separa dalle tenebre, innesca il procedere del tempo;
2.Separa le acque superiori da quelle inferiori ponendo tra di loro il firmamento delle stelle;
3.Separa le acque dalla terraferma e crea la vegetazione;
4.Crea gli astri nel firmamento del cielo, con la creazione del Sole e della Luna si crea il calendario, si dà significato allo scorrere del tempo;
5.Creazione degli animali del mare e del cielo;
6.Creazione degli animali terrestri e dell'uomo.
Dio durante la creazione non parla se non per creare, l'unica creatura a cui rivolge la parola è l'uomo (Gen. 1,29), con lui quindi instaura un rapporto speciale. Sarà lui che dovrà “dominare” (che ha il significato di custodire) la terra e gli altri essere del creato. L'uomo appena creato è vegetariano, può cibarsi di alberi e piante. Qui sembrerebbe che il lavoro di Dio sia terminato, ha fatto quello che voleva/doveva fare (il “doveva” è d'obbligo visto che, trattandosi di una spiegazione umana della creazione, Dio non poteva far altro che creare ciò che avevano in testa gli uomini che stavano scrivendo il testo). In realtà ancora il lavoro di Dio non è completo, si completerà nel secondo capitolo.
CAPITOLO 2. ORIGINE DEL SABATO
Il settimo giorno Dio si astiene dal lavoro. Si potrebbe pensare quindi che la creazione sia stata fatta in sei giorni, ma non è così. Dio termina realmente il suo lavoro solamente con il riposo, crea un giorno in cui il tempo si ferma. La nostra mentalità pone sempre l'accento su ciò che viene prodotto e tiene conto solamente dei momenti produttivi. In questo caso il concetto è bellissimo, l'opera è compiuta solamente nel momento in cui chi la compie si volta a contemplarla. Dio benedice il sabato, il settimo giorno diventa ciò verso cui tutti gli altri giorni tendono. L'uomo, creato nell'imperfezione del sesto giorno (il 6 è un numero imperfetto perché manca di 1 per poter creare il numero perfetto per gli ebrei: il 7) tende verso il settimo giorno. Il sabato è na sorta di tempio all'interno del tempo, come esiste un tempio materiale in cui l'uomo prega Dio, così il sabato costituisce il “tempio del tempo” che fa sperimentare all'uomo, ogni settimana, la beatitudine di quello che sarà il riposo eterno, il superamento delle fatiche del mondo terreno. La prossima puntata, che non so quando avrò tempo di scrivere, vedrà protagonista il paradiso terreste....
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Valentino: l'uomo che conosceva per nome i nonni (paterni) di Cristo
Lo gnosticismo cristiano è una filosofia estremamente affascinante, diffusa soprattutto nei primi secoli dell'era cristiana recupera e porta con se suggestioni che affondano le proprie radici in svariate religioni misteriche, ermetiche, magiche diffuse in Oriente e nel mondo mediorientale al tempo di Cristo e successivamente alla sua venuta. Lo gnosticismo è il primo tentativo di filosofia del Cristianesimo. Le tendenze sono numerose, spesso caotiche, non si possono ricondurre ad una unica linea di pensiero, una matrice riconoscibile è però il carattere conoscitivo ed elitario che ha la sapienza, quasi un illuminazione ad esclusivo appannaggio degli iniziati (questo affonda radici nelle tradizioni misteriche ed anche filosofiche legate , per esempio, al pitagorismo). All'interno di una concezione dualistica che separa nettamente spirito e materia, si vengono delineare i diversi mondi visti dai personaggi che della gnosi fanno parte. Senza riportare le complesse scale gerarchiche che ogni filosofo delinea mi soffermerò sulla figura di Valentino, probabilmente il più profondo ed eminente tra loro, sicuramente il più filosoficamente rilevante.
Entriamo nel mondo di Valentino (mondo di stampo emanazionista sotto suggestioni plotiniane):
All'origine di tutto c'è il Padre, Abisso (principio maschile), Abisso è amore ma l'amore non è tale se non si ha qualcuno da amare, per questo motivo c'è Silenzio (principio femminile). Questa coppia dà origine ad un'altra coppia di enti, Intelletto e Verità. Abbiamo così la prima tetrade, origine di tutto ciò che esiste:
Abisso - Silenzio
Intelletto - Verità
la coppia Intelletto e Verità genera una nuova coppia
Verbo - Vita
che generano
Uomo - Chiesa
Per uomo si intende l'essenza dell'uomo, non l'uomo particolare. Da Verbo nascono 10 eoni (emanazioni inferiori), la decade; da Chiesa ne nascono 12 (dodecade).
Ci ritroviamo così con una società di 30 esseri (il Pleroma), cioè i primi 8 (l'ogdoade primitiva) + 10 + 12. Questi 30 esseri simbolizzano i 30 anni di vita nascosta di Gesù Cristo.
Gli ultimi 2 membri della dodecade sono Volere e Sapienza. Sapienza cerca di scrutare Abisso ma solamente Intelletto ne è capace, essa si perderebbe se il Pleroma non fosse circondato da un limite (oros).
Sapienza, fecondata da Desiderio e non da Volere genera un figlio bastardo: Concupiscenza (Achamoth). Senza padre e una sorta di materia senza forma Concupiscenza viene espulsa dal Pleroma. Per evitare il ripetersi di questi errori Intelletto e verità generano un ultima coppia di eoni: Cristo e Spirito Santo. Il compito dell'ultima coppia di eoni è quello di insegnare agli altri ad amare e rispetta Abisso. Per disciplinare Concupiscenza, dal desiderio comune di tutti gli eoni nasce Gesù, egli purifica Concupiscenza dalle sue passioni. Il Demiurgo (il creatore del mondo quale lo conosciamo) resta laddove è Concupiscenza, separato dal Pleroma, egli si proclama Dio supremo e crea 3 specie di uomini
- materiali: perduti e destinati a dissolversi;
- psichici: hanno bisogno di essere riscattati;
- pneumatici: salvi.
Per riscattare gli uomini psichici c'è il Redentore (che non è opera del solo Demiurgo). Gesù è andato dal Demiurgo nel momento del suo battesimo e non l'ha abbandonato fino al momento della sua passione, lasciando a soffrire e morire solamente il corpo materiale. Quando il Demiurgo cesserà di produrre concupiscenza entrerà nel Pleroma insieme a tutti gli altri eoni e con tutti gli uomini pneumatici. Anche gli uomini psichici a quel punto saranno salvati e tutto il resto perirà con la materia stessa. La gnosi quindi pone Jahvè non al posto più alto della gerarchia ma in un luogo subordinato, il male infatti è all'interno della creazione proprio per l'imperfezione del Creatore.
Volendo fare una chiosa leggera si potrebbe dire che, per quanto ci si possa sentire perfetti, c'è sempre qualcuno più in alto di noi, e anche se fossimo veramente perfetti, saremmo sull'orlo di un Abisso e un'unica consolazione ci rimarrebbe.... il Silenzio...
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Di anno in anno, la diritta ma circolare storia verso la salvezza
Rispetto alle religioni più antiche il Cristianesimo porta con sé una concezione del tutto nuova di tempo. Rispetto alle concezioni temporali cicliche, continuamente in movimento e rinnovamento la religione cristiana introduce nella storia un atto unico ed altamente significativo che viene a cambiare il significato della stessa. La venuta di Cristo dà nuovo significato alla vita dell'uomo ed apre un nuovo libro su cui è scritta la via per la salvezza di ogni uomo. La venuta di Cristo, quindi, toglie ogni piega alla storia per indirizzarla ad un fine preciso, ad un evento ultimo, il ritorno del Cristo e la sua definitiva vittoria sulle forze del male. La storia quindi diviene lineare, segnata nel suo inizio e nella sua fine (ancora lasciata indeterminata), un binario (su cui bene e male, il grano e la zizzania, crescono assieme) che si concluderà nella stazione ultima della salvezza.
Non tutto però segue questa linea, anche all'interno della concezione cristiana persiste una ciclicità, un continuo (che non è più eterno perché avrà una fine) ritorno delle cose, una via suggestiva e panoramica che porta al compimento della storia: il calendario.
La liturgia cristiana è lo strumento che la Chiesa ha per depositare nell'uomo le tracce di quel ricordo e di quella fede che poi sarà discrimine per essere salvati nell'ultimo giorno.
Nei primi secoli dell'era cristiana il calendario era scandito dal ciclico ricordo della creazione, ogni settimana era il riflesso della divina potenza creatrice, con i sei giorni di opera e il settimo di riposo . è interessante fare una breve parentesi sul settimo giorno. Il Sabato ebraico è il giorno del riposo, è il giorno in cui Dio si riposa dopo l'opera che ha creato; vivere il Sabato quale riflesso del settimo giorno della creazione pone l'uomo in contatto con Dio, creatura e Creatore si incontrano nulla comunanza di un giorno in cui si sospende ogni attività. Il Sabato è il segno di ciò che sarà il mondo futuro, come l'uomo vive la settimana tendendo al riposo del sabato così tutta la storia tende al riposo e all'appagamento finale della fatica e dell'impegno del salvato. La Domenica invece nasce come giorno di ricordo della Resurrezione di Cristo, non più riflesso della creazione ma segno della presenza divina nella vita di ogni uomo del Cristo risorto dalla morte per salvare gli uomini. In alcune comunità cristiane venne celebrata accompagnata al Sabato, col quale creava una coppia indissolubile, venendo a saldare la prima creazione (quella dei sette giorni) con la seconda (la resurrezione di Cristo e il nascere del regno della salvezza, ancora da compiersi). Una legge di Costantino stabilì che il giorno della domenica, giorno del Signore (del Sole a quell'epoca), venisse santificato sia con la partecipazione all'eucaristia sia attraverso la cessazione del lavoro. In questo modo la prima e la seconda creazione di cui si è parlato poco fa venivano saldate, riposare la domenica significava riconoscere il giorno del Signore anche quale ricordo della creazione del mondo da parte del Padre.Il giorno della domenica ogni uomo è invitato a mensa con Cristo, saltare il pasto, rifiutare l'invito di Cristo al suo tavolo, significa separarsi dal Signore. Il giorno della domenica è il cardine del calendario cristiano (come stabilisce anche il Concilio Vaticano II), alla sua celebrazione si unì in un tempo di poco successivo, la celebrazione della Pasqua, in seguito si venne a sviluppare tutto il calendario cristiano come noi lo conosciamo.
Fatta questa breve (che è in realtà diventata piuttosto lunga) parentesi sul settimo giorno torniamo (e si apre di nuovo un ciclo) all'argomento del calendario.
Ogni anno (per contare solo le feste più importanti) i Magi vengono a onorare il bambino portandogli doni; Gesù digiuna per quaranta giorni poi entra in trionfo a Gerusalemme salutato con rametti di palma per essere poi crocifisso qualche giorno dopo; tre giorni dopo la crocifissione Cristo risorge e il giorno successivo l'Angelo annuncia l'evento alle donne in visita al sepolcro; ogni anno il Signore ascende al cielo e la settimana successiva lo Spirito Santo scende sui discepoli sancendo il vero inizio dell'azione missionaria che porterà alla creazione della chiesa, la Pentecoste viene così a chiudere il ciclo pasquale; ogni anno si festeggiano i Santi della Chiesa, raggruppati tutti il primo giorno di novembre; ogni anno il ricordo dell'Immacolata concezione riporta i fedeli alla nascita di Maria concepita senza peccato originale; ogni anno Gesù nasce nel freddo di una capanna e Santo Stefano chiude le festività (quelle più importanti) ricordando il sacrificio del primo martire cristiano.
Ci troviamo quindi all'interno di un circolo, di un tempo che trova spazio nella memoria e che di anno in anno, ci propone il medesimo (e a detta della chiesa, vivificante) cammino verso la meta, è un andare avanti girando in tondo, un procedere che probabilmente è una delle prove che l'uomo deve superare per poter vedersi aprire le porte della beatitudine. Intanto giriamo..
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