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Miracolo a Milano

Regia di Vittorio De Sica.

Una fiaba moderna, sempre attuale, sul contrasto tra tipi di vita. Da una parte la vita immediata e semplice dei poveri, che subiscono il mondo e fanno del loro meglio per adattarvisi, dall’altra la vita sempre tesa in avanti degli imprenditori e degli industriali, che tentano di modellare il mondo in vista del loro tornaconto personale.
Termine medio tra questi due mondi, il protagonista del film: Totò.


Totò è un animo semplice, ha ricevuto una educazione dopo essere rimasto orfano (orfano in realtà ci è nato, visto che la signora che lo ha accudito l’ha trovato nudo sotto un cavolo).
Uscito dall’orfanotrofio all’età di circa vent’anni, si ritrova in una baraccopoli nella periferia di Milano. L’estro di Totò e la sua volontà di non arrendersi al mondo così com’è, lo porta a riorganizzare la baraccopoli creando una vera e propria città in miniatura (una specie di milano 2 ante litteram), con piazze, strade, monumenti etc. Le strade, al posto di portare nomi di personaggi famosi sono così nominate: 9 per 9 uguale 81, oppure 1 per 1 uguale 1, e così via; in questo modo alla valorizzazione “urbanistica” della baraccopoli si poteva unire una funzione didattica.


Gli occhi di Totò riescono ad aprire le porte su un mondo fiabesco dove tutto è possibile, in un mondo di stenti nulla sembra mancare agli abitanti del villaggetto.
Il film, seppur meno fiabesco del libro da cui è tratto (Totò il buono, di Zavattini), ha un’atmosfera sognante e ovattata, dove tutto diventa stilizzato e leggero.
Ad un certo punto succede una cosa straordinaria, piantando un palo nel terreno esce un potente zampillo di liquido trasparente, il villaggio diventa una fontana che dispensa acqua al solo premere di un dito sul terreno. La trovata dell’acqua rende ancora più candido il quadro generale, la purezza, la semplicità dell’acqua fa scintillare il villaggio di un’atmosfera ancora più gioiosa (le fiabe sono contraddistinte dallo scintillio e dalla luminescenza), basta poco però per accorgersi che non di acqua si tratta ma di petrolio e gli abitanti, che prima esultavano per aver trovato l’acqua, ora sono euforici per aver sotto i piedi un pozzo di petrolio.


Inevitabile l’interesse degli industriali, chiamati da un abitante, Rappi (Paolo Stoppa), che vede l’opportunità di guadagnare qualcosa e di comprarsi finalmente un cappello a cilindro, simbolo del mondo borghese al quale ambisce appartenere. Il signor Mobbi compra subito il terreno dal signor Brambi e intima a tutti i baraccati (coloro che prima erano abitanti, ora sono diventati occupanti abusivi) di sloggiare. Totò e i suoi amici non vorrebbero andarsene dal villaggio ma di fronte all’irruenza della polizia stanno per capitolare; ma che fiaba sarebbe senza il miracolo (anticipato anche dal titolo)? Mentre Totò si sta arrendendo, dal cielo scende lo spirito della signora che l’ha accudito da bambino, gli mette tra le mani una colomba bianca e gli dice che ogni suo desiderio si avvererà.


Ci vuole altro per sottolineare che Totò rappresenta il candore e la semplicità? Con la colomba in mano succede di tutto, lacrimogeni che vengono spazzati via con un soffio, ombrelli che appaiono dal nulla, poliziotti che diventano cantanti d’opera, il finimondo.


Totò è in questo punto perfettamente favolistico, seppur potrebbe volgere i fatti a proprio favore con una semplice parola usa i miracoli come fosse un bimbo, nel rispetto dello stereotipo dell’eroe stupido che vediamo in diverse fiabe popolari. Gli angeli intanto, che non avevano autorizzato la signora Lolotta (così si chiama la signora, almeno nel libro…non ricordo se nel film è nominata) scendere sulla terra, tentano di recuperare la colomba, ci riesco per un breve periodo ma l’arzilla vecchina, ma l’età di un angelo non si rivela, la restituisce al suo protetto che riesce a fare l’ultimo miracolo del film. In un parapiglia generale, a piazza del duomo a Milano, i poveri si impossessano delle scope degli spazzacamini e volano nel cielo della città cantando e cercando un altro posto in cui abitare: un posto in cui buon giorno vuole veramente dire buon giorno.

 

Curiosità: Zavattini avrebbe voluto intitolare il film “i poveri disturbano” e nel finale, nei suoi appunti, è stata trovata l’idea per la quale i poveri sulle scope atterravano in diversi luoghi della terra e venivano scacciati, visto che in ogni luogo campeggiava la scritta “proprietà privata”; i poveri quindi erano costretti a restare in orbita attorno alla terra non accettati da nessuno.
Ci furono polemiche sulla scelta di De Sica e Zavattini, due esponenti del neo-realismo, di cedere all’idea di realizzare una fiaba, ma l’intento degli autori era di essere ancora più duri di quanto lo si possa essere con un film verità. La stilizzazione dei personaggi rende questi ultimi ancora più universali ed eterni, l’atmosfera ovattata ne preserva l’attualità.
La scena finale del film, con il volo delle scope, ispirò Spielberg per il volo delle biciclette in E.T..

 

Giudizio: Fiabescamente reale

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A nous la liberté

Regia di René Clair (gran maestro del cinema francese).

Il titolo parla di libertà e parte dal luogo oggettivamente più adatto a far nascere questo sentimento: una prigione. Sul tavolo scorrono dei cavalli giocattolo, i detenuti li stanno costruendo, pezzo per pezzo, controllati dalle guardie e obbligati a mantenere un certo ritmo. La vita della prigione è rigidamente scandita da lavoro, pasti, riposo; la libertà è assente e i due protagonisti, Emile e Louis, la sognano cantando assieme una canzone. Il film ha l'andamento di un'operetta e la canzone che anela alla libertà (a nous la libertè) è il filo conduttore di tutto il film, dà significato alle varie scene. Emile e Louis vogliono evadere, il loro progetto però funziona solamente a metà: Emile non riesce a scavalcare un muro e rinuncia alla sua fuga purché Louis riesca a raggiungere l'anelata libertà. Louis, finalmente libero, insegue la sua libertà nel lavoro, arriva ad aprire una fabbrica di grammofoni e si arricchisce. Il parallelo diventa subito chiaro, nella fabbrica la catena di montaggio rimanda alla triste monotonia della prigione. Tutti con la medesima uniforme, assoggettati al rigido tempo delle macchine, controllati dalle guardie e perquisiti all'uscita. Ai bambini, nelle scuole è insegnato come il vangelo che "Il lavoro è la libertà", così da far perdere quell'originario significato di spontaneità e vivacità che il termine dovrebbe avere.

Emile è demoralizzato al punto da volersi togliere la vita, lega il cappio alle sbarre e fa il suo ultimo tuffo in avanti, ad abbandonare una vita senza scopo né amore; il suo destino è però diverso, le sbarre della cella cedono sotto il suo peso e la luce della libertà entra nell'angusto locale che lo ospita forzosamente. Ora anche Emile è libero, la sua libertà è amore, amore per una ragazza che sentiva cantare dalla sua cella prima di tutto. Segue la ragazza ed entra nel luogo in cui lavora; fatalità: la fabbrica di Louis. Si mette a lavorare solo nella speranza di vederla e scompagina lo schematico ordine che regnava nella catena di montaggio e nei freddi rapporti tra dipendenti. Emile ritrova finalmente Louis, che prima finge di non conoscerlo, poi lo aiuta. In un susseguirsi di fatti che riportano Louis al suo passato di galeotto ed Emile alla delusione d'amore, i due decidono l'unica vera libertà, il vagabondaggio. Dopo aver regalato la fabbrica ai suoi operai, mentre banconote volano spinte dal vento e una folla impazzita corre per raccoglierle, mentre le macchine lavorano (finalmente) al posto degli uomini, i due si allontanano dalla macchina da presa (e dallo sguardo dello spettatore) andando incontro alla tanto agognata libertà, che non può essere ripresa da una macchina da presa.

Il film è molto vitale e divertente, alla scena della catena di montaggio si è ispirato Chaplin, tanto da fare intentare contro di lui una causa dal produttore del film. Clair affermò che Chaplin era fonte d’ispirazione per tutti, avere fatto un film che poteva ispirare lui era solamente un onore, quindi la denuncia non partì e tutto finì in nulla. L'andamento leggero, che ne fa una sorta di musical, trova spiegazione nell'intenzione di Clair di non farne un film politicamente impegnato e pesante, lasciando intatti i tratti sarcastici e ironici della sua critica.


Giudizio: bello e divertente

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Abraxas. Un viaggio in Toscana tra le colline (di carne),

in cerca del demonio

Abraxas di Roger A. Fratter (2001)

Raro film trash del genere orrorifico che spaventa più per la bruttezza che per la suspence. Dopo un viaggio in Toscana, Coralba (sensitiva con pedigree), non si sente bene, ha avuto una qualche esperienza che manifesta in lei una strana presenza. Tre suoi amici (che devono essere molto cari, almeno dai simpatici nomignoli con cui lei usa chiamarli: "una troia e due figli di puttana"...) affrontano un viaggio in Toscana per riuscire a svelare il mistero, portano con loro la statuetta ("l'ombra della sera") cui Coralba fa riferimento e che evidentemente c'entra qualcosa nella storia. Dopo aver mostrato le delicate curve delle fanciulle del cast il regista ci concede l'onore di salire sull'automobile che ci condurrà alla meta. Arrivati in una cittadina e dopo aver fatto una bella inquadratura panoramica con un paio di zoomate (così l'immagine è bell'e pronta per i vari inserti che occorreranno in seguito), i tre vengono indirizzati da uno studioso di esoterismo, un prete: Padre Alvise. In una ben arredata stanza (rosso sangue e riempita con ogni sorta di mobili) Padre Alvise legge un antico e suggestivo libro, la perpetua va ad aprire la porta (si sente solo la sua voce, strano! ci saremmo aspettati quantomeno una bella figliola in topless, il rispetto per il sacro...) e inizia la partita di ping-pong (di campo e controcampo) tra il padre e l'unico ragazzo che è salito da lui, gli altri due sono andati a zonzo per la città. Padre Alvise, dopo aver ascoltato il racconto del ragazzo escludendo implicazioni sataniche (grande intuito....van Elsing al contrario) li indirizza sulla pista giusta, Volterra...dove non arriva la mente arriva la fortuna.

Anche la ragazza del trio subisce una violenza (si presume analoga a quella subita da Coralba) ma, a parte un iniziale cerchio alla testa e la sensazione di aver vissuto un sogno, non soffre di gravi postumi. Mantenendo costantemente un ritmo che stenterebbe a raggiungere una tartaruga zoppa ma compensando tutto ciò con una suspense quasi a livello del monoscopio Rai (tuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu....), il regista ci fa seguire tutto un interessante percorso mammografico degno di una moderna facoltà di medicina. Alla mammografia presto si aggiunge l'anatomia, che vede il rosso del sangue in primo piano durante i riti satanici e il sacrifico che le ammiccanti (pure in punto di morte) vittime vanno a compiere. I tre investigatori dell'incubo (si fa per dire) arrivano intanto ad un complesso di case abbandonate e riescono a estorcere una confessione ad un fonato biondino che pare essere il tombarolo di cui Padre Alvise aveva parlato. La cosa si fa preoccupante, la setta pare inattaccabile, nascosti nei meandri della terra, introvabili, invincibili, esistono da millenni e nessuno è in grado di distruggerti...ci vorrebbe un'esorcista (manco avesse detto un unicorno a pois con una rosa azzurra tra i denti, di diamante...)... Azz, e tanto ci voleva?? Vediamo un po' da chi si potrebbe andare? Padre Alvise? Naaaaaaaa...troppo lontano ormai!! Che ci vuole? Basta intingere le dita nell'acqua benedetta (resta una cosa presunta, nulla lo dà ad intendere, potrebbe essere anche acqua di rubinetto...speriamo che in quel caso controllino bene l'acquedotto di Volterra) e dare 2 o 3 schicchere verso la statuetta dell'"ombra della sera", comprata a pochi euro in qualche bancarella ed ecco che laggiù, nel profondo, nascosto, inespugnabile antro in cui si trovano le pericolose creature demoniache succede un quarantotto. I superpoteri del trio sbaragliano immediatamente tutti i malcapitati officianti delle nere cerimonie (poveri diavoli) e li arrostisce in un baleno. Chissà come mai alla fine del film tutto diventa così semplice, semplice come mettere fuori uno 2 guappi con la pistola che vogliono far finire in modo orizzontale la vacanza ai tre. Uno si becca una coltellata al ventre (è Roger Fratter in persona), l'altro si accontenta di un più banale colpo di pistola per stendersi sul manto erboso.

Un film che mantiene le promesse, dichiaratamente ed effettivamente trash. Annoia, fa sbadigliare (tra un sonnellino e l'altro) e nulla ne solleva il tono, nemmeno i seni delle prorompenti sacerdotesse e vittime (che si susseguono in media ogni 4 minuti sullo schermo, per poi sparire quando il male è sconfitto....quasi una metafora per vedere nel sesso e nella tentazione una manifestazione terrena del male, una volta eliminato ecco che tutto è più morigerato e succinto).

Giudizio: Brutto (ma potrebbe essere preso anche come un complimento)

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Vita e passione di Gesù Cristo. L'album fotografico della

Sacra Famiglia

L'ultima visione (fino alla prossima) è stata al limite del mistico. Vita e Passione di Gesù Cristo, di Ferdinand Zecca, anni 1902/05, un percorso guidato attraverso la vicenda umana (con suggestioni soprannaturali, come è naturale che sia) di Gesù.

Il lavoro, a dire il vero, è molto poco cinematografico, assomiglia più ad una pala d'altare. A colori o, per meglio dire, colorata come una pala d'altare (i colori sono dipinti direttamente sulla pellicola che all'epoca non era ancora in grado di riconoscerli). In un'atmosfera da presepe (e diversi personaggi sembrano proprio statuine, pur dotate di movimento e vita) accompagnato da effetti speciali di sovrimpressione, apparizione e sparizione, lo spettatore è condotto lungo 35 quadri che accompagnano la vicenda del Cristo, un uomo barbuto che teatralmente alza il braccio al cielo in quasi ogni rappresentazione:

- L'Annunciazione

- L'arrivo di Giuseppe e Maria a Betlhemme

- La stella meravigliosa

- Seguendo la stella

- Natività e adorazione

- La strage degli innocenti (con tanto di colonna che barcolla appena toccata)

- La fuga in Egitto

- La Sacra Famiglia a Nazareth

- Gesù e i dottori del tempio

- Battesimo di Gesù

- Il banchetto di nozze

- Maria Maddalena ai piedi di Gesù

- Gesù e la Samaritana

- La guarigione della figlia di Giairo

Cristo cammina sulle acque

- La pesca miracolosa

- La resurrezione di Lazzaro

- Trasfigurazione

- L'entrata a Gerusalemme

- La cacciata dei mercanti dal tempio

- Ultima cena

- Gesù sul monte degli ulivi. Il bacio di Giuda

- Gesù di fonte a Caifa

- Le negazioni di Pietro

- Gesù di fronte a Pilato

- La flagellazione. La corona di spine

- Gesù davanti alla folla

- Gesù cade sotto il peso della croce

- Calvario

- Gesù sulla croce

- Agonia e morte di Gesù

- Gesù tirato giù dalla croce

- Gesù messo nella tomba

- Resurrezione

- Ascensione

Ecco tutta la pala d'altare, suggestiva ma ancora legata ad un linguaggio figurativo e teatrale che poco hanno a che fare con la cinematografia in senso proprio. L'opera di Zecca non perde comunque il merito di essere la prima ad aprire la strada verso una profondità ed una suggestione che poi il cinema imparerà a veicolare e trasmettere attraverso le immagini.

Giudizio: suggestivo

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32 dicembre

Film di Luciano De Crescenzo del 1988. Con Luciano De Crescenzo, Enzo Cannavale, Massimo Serato, Vanessa Gravina.

Film in 3 episodi con un filo conduttore comune, la relatività del tempo.

"non esiste un sù

non esiste un giù

non esiste un quando

e allora...

... perché avere fretta?"

Primo episodio: Ypocrites.

Due comparse cinematografiche sono assunte da una signora per recitare il ruolo di Aristippo , "il filosofo del piacere" e Antistene, "il filosofo della rinuncia", davanti al marito di lei che si crede Socrate. I due attori portano con loro l'innata comicità napoletana e assecondano l'eccentrico (o pazzo?) Socrate mescolando filosofia della Grecia antica con quella partenopea moderna, dando vita a scene argute e brillati. Lo psichiatra di famiglia (De Crescenzo) fa conoscere loro una dimensione temporale nuova, in cui il presente non esiste e la vita non va allungata ma allargata (qualitativamente). La storia procede e i due moderni filosofi si trovano a scoprire che non è "Socrate" ad essere pazzo, ma la moglie Santippe, ne parlano con lo psichiatra ma forse il vero pazzo è proprio lui.

Secondo episodio: La gialla farfalla.

Una ricca signora di 65 anni si innamora di un uomo e progetta un viaggio con lui, Il rapporto getta in subbuglio la famiglia della donna, le preoccupazioni non sono per la salute della donna ma per la possibile perdita dell'eredità che deriverebbe da un possibile matrimonio. Il consiglio del prete (De Crescenzo) è di lasciar fare, esiste un tempo esterno ed un tempo interno, la madre in questo caso, è più giovane della sua età perché vive la vita con pienezza, senza lasciarsi condizionare dal tempo esteriore.. Il figlio della signora (incalzato da sua moglie) fa di tutto per riportare la pace in famiglia e convince lo spasimante ad andarsene dietro compenso di 50 milioni di lire. L'innamorato scappa, ma portandosi con se la sua bella.

Terzo episodio: I penultimi fuochi.

Il più riuscito dei tre, porta con sé l'odore di Napoli, quello che si respira in quasi tutti i film del regista. Alfonso Caputo (Cannavale) non riesce a trovare 100.000 lire per comprare i botti di capodanno. Si rivolge a diverse persone. Il primo è Peppe o' criminale, venditore di fuochi d'artificio e portatore di quel nome per un modello di "botto" da lui veduto: il modello Hiroshima ("praticamente na' bomba atomica, domani si parlerà solo di voi"). Peppe non può prestare nulla ad Alfonso per una buonissima ragione: "i fuochi e i crediti vanno tutti in fumo". Altro pittoresco personaggio è un venditore di tric-trac che seduto su una scrivania sotto un cartello alla parete che avverte garbatamente "Se fumate qua dentro vi toglierete subito il vizio", confessa di non poter prestare alcunché a nessuno perché schiacciato dalla concorrenza cinese. L'unica via che gli resta è quella di rivolgersi al fratello, anche se questo vuol dire dover subire la "mezz'ora". Il fratello lo accoglie in famiglia e chiama in raccolta tutti coloro che vogliono assistere (per i famigliari è d'obbligo, i vicini sono graditi) all'ormai famosa cerimonia.

Alfondo Caputo è in piedi, il borsello (ovviamente vuoto) sottobraccio, davanti a lui il fratello che comincia con enfasi:

- 15 anni fa noi ereditammo un terreno, io dissi a mio fratello, non lo vendere! tra qualche anno diventerà suolo "edificatorio", solo un imbecille lo venderebbe! E lui invece che ha fatto?? Lui che ha fatto?

- l'ho venduto

- e allora cosa sei?

- un imbecille

- No!! Devi dire "sono un imbecille!"

- Sono un'imbecille...

E avanti così per mezz'ora di umiliazioni davanti agli sguardi compassionevoli degli astanti.

- Alfonso Caputo, che cosa se tu?? Alfonso Caputo, che cosa sei tu?

.... silenzio, si sente sbattere la porta

Una signora seduta lì di fronte "Lo sapevo che non ce l'avrebbe fatta...oggi stava troppo nervoso"

Alfonso va a parlare dei suo problemi con l'astronomo (De Crescenzo), scopre che il tempo non esiste, che il capodanno varia da zona a zona della terra e il calendario è una convenzione.

Senza le 100.000 lire e senza botti Alfonso torna a casa e deve sopportare il pianto dei sui figlio che si aspettavano di poter festeggiare come tutti la fine e l'inizio dell'anno.

A letto, triste per la sua miseria, sconsolato di non essere stato capace di evitare le lacrime ai figli, Alfonso è illuminato dalle festanti luci che entrano dalla finestra. "Ecco, questo è il Ragionier tale, questo è il geometra Tizio...seduto sul letto la tristezza si trasforma in una sorta di telecronaca calcistica della strada in festa. Preso dalla foga, davanti all'immagine della Madonna Alfonso promette ai figli che non appena troverà i soldi farà i botti come tutti gli altri. la promessa è mantenuta, il 12 dicembre Alfonso e la sua famiglia ha il suo capodanno! Fa esplodere tutti i fuochi d'artificio che è riuscito a trovare. Viene però condotto in commissariato

Frasi da ricordare: "io in America facevo la fame, poi disgraziatamente sono dovuto ritornare in Italia" "ma come? non avevi detto che facevi la fame?" "Si, ma un conto è la fame americana, un altro conto è la fame italiana" (primo episodio); "quella che s'innamora è l'anima; per un'anima che deve vivere tutta l'eternità, che cosa sono 65 anni?" (secondo episodio); "tre popoli al mondo sparano, i cinesi, i messicani e i napoletani. La differenza però è che 1 cinese spara per ! cinese, 1 messicano spara per 1 messicano, 1 napoletano spara per 3 cinesi, 3 messicani e 12 napoletani più 1 che è lui che spara" (terzo episodio); "ma voi che siete disoccupato che avete da festeggiare? "i botti si sparano perchè c'è qualcuno lassù che non sente bene, allora occorre attirare l'attenzione" "ah adesso vien fuori che il Padre Eterno è sordo?" "no, non è sordo, però è un po' distratto" (terzo episodio)

Anche se un baciamano sulla sinistra diventa sulla destra e alcune inquadrature sono poco efficaci (accanto a qualche spunto molto bello), la regia, a volte incerta, porta con sé comunque una gran voglia di far cinema e una ventata di freschezza che rendono piacevole la visione.

Giudizio: simpatico e a tratti brillante

 

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A che servono questi quattrini?

Film di Esodo Pratesi del 1942.

Protagonisti sono Eduardo e Peppino de Filippo. Trasposizione cinematografica dell'omonima commedia di Armando Curcio, più leggera e divertente (a quello che posso sentire, visto che non ho letto la commedia pur volendo colmare al più presto questa lacuna).

è la storia di un marchese (Eduardo) che perde tutti i suoi beni e se ne sta a zonzo tutto il giorno a predicare contro la piaga del lavoro e la malattia del denaro che ha contagiato tutti. Attorno a lui si raggruppano alcuni discepoli che lo seguono e lo ascoltano quale un novello Socrate, tra gli allievi del Professore anche un (ex) indefesso lavoratore (Peppino) che sarà protagonista di una vicenda di debiti, crediti, amore, soldi posseduti e soldi millantati. L'estro e l'arte di arrangiarsi del professore danno vita a scene a tratti divertenti a tratti amare. Il film porta sullo schermo quelle sfumature malinconiche che a teatro erano solamente lasciate intuire. Nel complesso il film è godibile ma non degno di particolare attenzione.

Frasi da ricordare (riportate infedelmente): "la gente lavora tutta la vita aspettando il momento in cui non lavorerà più; una volta in pensione è così abituata a lavorare che non sa più che fare"; "la gente la domenica si annoia perché non è allenata all'ozio"; "lo vedi? Tu puoi essere un bravo falegname e fare egregiamente il tuo lavoro, ma vivi nel presente, nessuno si ricorderà di te; Socrate, Diogene, non facevano niente tutto il giorno, però ancora parliamo di loro".

Giudizio: simpatico (ma sono di parte, amo troppo i De Filippo)

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